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Tappa 8

Cochrane – bivio Carretera per Puerto Yungai
Km: 98
Altimetria: 1297 mt

  

C’è una coperta blu sopra Cochrane stamani, ed è un colore cosi saturo che sembra sia stato appena pennellato. Salopette, intimo termico e maglioncino, poco dopo preparo le borse e scendo per colazione. Le mie giornate iniziano cosi da ormai otto giorni consecutivi. Il tempo di un paio di tazze di caffè, un saluto ai padroni di casa che mi hanno coperto di attenzioni e poi c’è il tempo di accendere il gps, controllare la traccia, azzerare i dati, verificare i km e poi via, in sella. Sembra l’inizio di una giornata ideale ma sottopelle c’è una sensazione diversa.

  

Una volta in marcia ci metto esattamente dieci minuti a capire che oggi la Carretera Austral non è venuta al lavoro, al suo posto, dal carattere brusco e tagliente, e’ venuta sua cugina, la mulattera. Ed è impossibile definirla diversamente visto che a tratti si riduce a qualcosa di poco piu’ largo che un sentiero completamente scassato, per lo piu’ fatto di rena e delle solite, diaboliche, calaminas. Immediatamente penso ai 127 km che ho in programma per oggi e mi sforzo di essere ottimista. Poco dopo, per i continui e violenti colpi, mi diviene intollerabile stare seduto in sella e cosi, anche grazie all’allenamento, cerco di dribblare il problema pedalando ritto sui pedali per lunghi tratti. A seguire arriva il vento, cosi forte che mi svilisce da come soffia. Stavolta picchia duro e per mia sfortuna picchia verso nord.

  

Poi tutto inizia a scorrere lento, ricordi confusi di barrette energetiche che vengono consumate alla velocità della luce, il gps che segna sempre troppo pochi km e io, che nonostante la distanza contenuta, ho le gambe che sono letteralmente in fiamme. Il paesaggio è come sempre meraviglioso ma io e la mia Peugeottina siamo presi da altro. Ripidissime discese a picco sul vuoto e senza guard rail impongono attenzione ma oggi il rischio velocità non c’è, pedalo anche per scendere. L’umore va giu’ con la velocità di un ascensore di New York City ed è proprio in questo momento di scoramento che la sorte mi fa incontrare Joe Microonde.

  

Ci incontriamo nel mezzo di un minuscolo ponticino arrivando da parti opposte, un po’ come due generali che trattano una tregua per i loro eserciti assiepati sulle rive opposte. Joe Microonde naturalmente non è il suo vero nome, si chiama Juan, è uruguagio, è diretto a Bariloche e non ho mai visto una faccia cosi devastata e sconvolta. Ha le labbra completamente spaccate e la pelle, di un colore rosso vivo, è ustionata dal vento piu’ che dal sole. Non usa passamontagna, ne’, evidentemente, alcuna protezione o crema. Negli occhi ha una luce strana e quasi assente, chissà cos’ha passato. Ci scambiamo informazioni mentre lui, nonostante il suo stato, continua a ridere quasi istericamente “sto volando Amigooo!”. Il buon Joe parla ovviamente del vento, quello che rende me un sasso, fa’ volare lui oggi. Ci salutiamo con una stretta di mano e un sentito “Suerte”, stavolta piu’ per me che per lui, che sono sicuro, cinque minuti dopo avermi salutato, alla velocità di una meteora, sarà già stato a Bariloche.

  

Procedo in qualche modo mentre intorno a me il paesaggio torna quello umido, verde, cupo e a tratti opprimente dei primi giorni. La foresta è tornata e sopra di lei il cielo ha spesso un solo colore, il nero. Trovo per strada due francesi che mi informano che nella destinazione della mia tappa, Puerto Yungai, contrariamente a quanto sapevo non c’è assolutamente niente, se non l’imbarco per il traghetto della mattina dopo.

  

A quel punto, distrutto dalla fatica e in deficit energetico, decido di anticipare la fine della tappa in un qualsiasi punto, visto che raggiungere stremato un punto dove non ci sono rifornimenti non mi sembra una grande idea. La strada che manca la farò domattina. Vanamente vago per dieci minuti nei dintorni della Carretera alla ricerca di un posto, almeno decente ed asciutto, dove piazzare la tenda. Niente, solo muschio fradicio, una collezione di pozzanghere e una specie di palude che rende impossibile ogni accampamento. Mi viene in soccorso una pensilina in riva ad un lago, non ha le pareti ma almeno un piccolo tetto sulla testa c’è ed è l’unico luogo asciutto (per ora) che mi offre un minimo di protezione dall’acqua imminente.

  

Sono le 18, sistemo la mia Solaris davanti a me come uno scudo e apro il sacco a pelo sul pavimento di legno. Frugo nella borsa in preda alla fame e con la cucina da campo mi preparo una busta di cibo liofilizzato. Cinque minuti dopo inizia a piovere e c’è una notte intera da far passare.

  
Andrea Tozzi

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