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Dico Avventura, dico Sport, dico Esplorazione. E di tutti gli aspetti legati a queste meravigliose parole secondo me ce n’è uno che per importanza, e soprattutto per la sua gittata in tutti gli altri ambiti della vita, svetta sul resto. Di cosa parlo? Di approccio mentale, o se preferite, di preparazione psicologica.

Non è mai stato facile descrivere cosa spinge una persona a stare per ore sotto la pioggia gelida, a sopportare la stretta asfittica del caldo del deserto o a misurarsi col dolore, la stanchezza e la voglia di mollare quando non ha piu’ un briciolo di energia. E non è un limite dettato dal vocabolario o dalla semantica, ma piuttosto dalla conoscenza dei meccanismi della mente umana. Ma nonostante cio’, ostinatamente, tentavo comunque di spiegare questo bisogno, che poi sul campo si traduce in una fonte di grande motivazione, anche a chi non lo sentiva.

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Adesso invece sono ormai molti anni, che alla domanda “perche lo fai?”, mi limito a rispondere con un sorriso. E non è certo una questione di snobbismo, ma perche’ adesso so che conoscere la risposta non è in alcun modo importante. Quello che conta, per me, è sapere che quello che faccio ancora mi diverte e mi spinge avanti.

Negli ultimi anni il numero dei cosiddetti “adventurer”, anche italiani, è senzadubbio cresciuto molto. All’inizio improvvisati e poi sempre piu’ organizzati, agguerriti, determinati. Chi un pò’ per moda, chi per seguire altri esempi, tutti pero’ indistintamente accomunati da una spinta interiore che alcuni chiamano inquietudine, altri tormento, altri ancora ricerca. E secondo me sono tutti termini corretti. Già, perche’ non si puo’ negare che nel mondo delle spedizioni avventura in solitaria, e basate sul ciclismo spinto in special modo, esiste una categoria di persone che fugge la normalità, gli schemi, i ritmi e le mode comuni. Potrebbe essere l’effimera illusione di vestire nuovamente i panni dei grandi uomini del passato, quella di misurarsi con gli scenari piu’ maestosi del pianeta con le sole proprie forze, oppure l’euforia e l’umana vanità di essere a 38 anni ancora in piena forma fisica, o forse, ancora, potrebbe essere solo un lento e costante accumulo di esperienze e ricordi unici per tentare di esorcizzare le proprie paure sul tempo e tutto quello che questo tiranno si porta appresso. Chissa’.

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Quello che invece è certo, e che se possono essere diverse le motivazioni e gli obiettivi di ciascuno, la strada da percorrere per arrivarci è per tutti la medesima. Un cammino, quello dell’Avventura e delle sfide sportive, che ti forgia secondo regole e valori comuni che si riflettono poi come dicevo, a cascata, in tutti gli aspetti della vita. Sopportare il sacrificio, la fatica e il dolore, anzi farle proprie rendendole condizioni normali, quotidiane e gradite, ti dà un vantaggio strategico immenso, oltre ad una capacità di raggiungere gli obiettivi e di reagire alle difficoltà che altri non hanno. E di certo, di pari passo, c’è il lato piu’ dolce della medaglia, quello che porta le piu’ forti esaltazioni, il senso di benessere e l’illusione di essere invincibile. Appunto illusioni si, perche’ l’essere umano è infinitamente piccolo e fragile, ma quando trova un senso da abbracciare, il suo, si trasforma in una creatura inarrestabile e capace di tutto. David Copperfield la chiamerebbe magia, un fluido che riempie la vita e di sicuro una cosa da cui non è facile separarsi.

Contrariamente a quanto spesso si crede, ogni capacità che la natura ci ha donato deve essere sviluppata con un lungo e paziente tirocinio, e anche se per molti è piu’ comodo poter pensare che alcune persone sono naturalmente piu’ predisposte di altre in determinati campi, questa è quasi sempre una semplice illusione, e tra le piu’ pericolose per giunta, poichè incentiva la rassegnazione. Non lo dice un  moderno life-coach, lo dice quella forma di giustizia che si chiama merito. La verità è che in ogni aspetto della vita, in presenza di risultati, c’è dietro tanto lavoro e ancor piu’ passione, ma nello sport e in special modo se praticato in condizioni difficili e in autonomia, quelle tipiche di una spedizione in solitaria senza supporto, la formazione psicologica, oltre allo studio e alla conoscenza, è tutto, e rappresenta la differenza tra un grande successo e una sonora resa incondizionata.

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Nonostante tutte le certezze, vere o presunte, e tutte le Avventure che si sono scandite negli anni, per me la pioggia non è oggi meno gelida di ieri, il freddo non è meno tagliente e la pelle bagnata non mi dà una sensazione meno fastidiosa della prima volta. E’ solo la mia mente, e con essa la soglia di sopportazione, la capacità di scomporre i momenti difficili frame dopo frame, la capacità di proiettare immagini e messaggi “utili” in un determinato frangente, cosi come la consapevolezza di quello che posso e non posso fare, che sono diverse. Molto diverse. La tenuta psicologica di fronte alle difficoltà affonda percio’ le sue fondamenta nel prezioso patrimonio di quanto già fatto, unita alla genuina voglia di andare avanti con nuove sfide.

Tra circa 56 giorni partiro’ con la mia mtb Peugeot RSM01 “Solaris” per la Nuova Zelanda, quarta ed ultima tappa del Peugeot World Tour, ma anche la prima che si svolgerà in pieno inverno australe. E questo si tradurra’ in pochissime ore di luce a disposizione, tappe spesso forzate in paesaggi desolati, un chilometraggio totale di circa 3000 km conditi con un consistente rischio neve, tanto freddo e altrettanta pioggia e umidità. Una terra verde e dai profili alpini che richiederà anche un nuovo equipaggiamento tecnico, rapporti piu’ lunghi della bicicletta (per quanto si possa su una mtb), gomme e vestiario diverso. E saranno cambiamenti che vedremo insieme qui sul blog Peugeot, nelle prossime tappe di avvicinamento che ci porteranno in Nuova Zelanda, la nostra prossima “Winter Odyssey”.

Andrea Tozzi

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