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Tappa 1
Chaiten – Villa Santa Lucia
km: 78
Altimetria: 912 metri

 

Una cosa che non mi manchera’ di Puerto Montt, forse l’unica, sono le decine e decine di cani randagi che si aggirano ovunque. Sono povere bestie quasi sempre innocue e con poche energie, ma altre volte, specialmente in branco, diventano minacciosi. Il randagismo, in special modo in sud america, non è certo cosa nuova, ma in questa città sembrano piu’ numerosi i randagi che gli abitanti. E ieri sera sulla strada per il porto hanno tentato di addentare le mie gomme un paio di volte, immagino sia stato il loro modo di salutarmi. La versione molto meno pericolosa del medesimo problema visto a Bucarest nel 2000.

 

La Don Baldo, motonave che un tempo a giudicare dalle scritte in cirillico doveva chiamarsi Kaliningrad o Vasilij Zajcev, ha l’aspetto compassato e supervissuto delle auto che scorrazzano sulle strade d’Africa. E proprio come loro, finchè non si è mossa, ho creduto impossibile arrivare a Chaiten con quella. Mi sistemo in una fila di poltrone vuote sperando in un buon sonno ma gruppi di ninos corrono liberi tra le poltrone per tutta la notte gridando “mami” e “papi”, e quando arriva l’alba mi sento tutto fuorchè in forma. Una tazza di caffè, l’aria gelida che mi schiaffeggia sul ponte della nave e i primi profili di un paesaggio che di li a pochi minuti affrontero’ con la mia Peugeot.

 

Mentre i piloti danno istruzioni per l’attracco i mozzi si affannano con funi e macchinari, di fianco a me un membro dell’equipaggio guarda la mia Solaris con fare curioso e scambiamo due parole. Ma il mio sguardo è la fuori sulla terra ferma, dove piove in modo furioso, la temperatura è di 4 gradi e il vento spazza la banchina. Alzo gli occhi al cielo sopra la Carretera Austral dove nuvole basse e nere mi dicono tutto quello che ho bisogno di sapere. E cosi per un attimo, ma profondo ed intenso, provo invidia verso gli altri passeggeri. Chi saluta i parenti che lo attendono a terra con la macchina, chi si troverà nel caldo della sua casa nel giro di pochi minuti. Io ho altri programmi e un’altra vita che mi sono scelto, ma partire subito cosi esposto agli elementi è un impatto, anche se non nuovo per me, tutto da gestire. Un minuto dopo, smaltito lo shock, sono vestito con il completo antipioggia, ho il casco in mano e scalpito per andare in stiva a prendere la bici.

 

Pozzanghere grandi come tir, panchine vuote su un lungomare deserto e logori ad affascinanti, quanto sprovvisti di tutto, “Supermercado”. Chaiten è uno dei luoghi in cui guardi un abitante e ti domandi che persona possa essere per aver scelto di vivere ai confini del mondo. Mentre cerco la risposta mi fermo per acquistare dell’acqua e finalmente, dopo un minuto, sono in marcia sulla Carretera. Una strada sognata e desiderata, e che conosco già, anche se non ci sono mai stato. Primi chilometri di freddo, poi il corpo entra in temperatura, la bici vola sull’asfalto e nonostante l’acqua arriva una gioia autentica, quella che mi dà la carica e mi esalta, e che mi fa’ sentire il padrone del mio mondo. Intorno a me, ovunque, l’h2o si è presa tutto, colorando ogni centimetro di territorio di un verde cosi acceso che gli occhi ne restano abbagliati.

 

A Villa Santa Lucia, cinque ore dopo, scosso dai brividi per il sudore che mi si asciuga addosso osservo le mie mani insensibili per il freddo che tentano di spegnere il gps. L’esordio di questo viaggio, molto lontano dall’essere una passerella o un antipasto leggero, è subito sfida e battaglia autentica. Per due volte forti e violente lame di luce si son fatte strada tra le nubi basse, solo pochi minuti ma che mi hanno fatto sperare in un tempo piu’ clemente. E invece la pioggia non si è mai fermata e a pochi chilometri dall’arrivo, mentre spingevo sui pedali immerso nel fango ad un’altitudine di 700 metri e -2 gradi di temperatura, le gocce di pioggia hanno cambiato colore, rallentato la loro caduta e si sono trasformate prima in ghiaccio che mi tagliava la faccia, e poi, secondo gli standard dell’estate patagonica, in soffici fiocchi di neve.

 

Un’ora dopo, i ciocchi scoppiettanti nel caminetto e l’atmosfera unica del mio riparo per stanotte, uno splendido chalet alle pendici delle Ande, mi sento bene, di nuovo asciutto ed ottimista. E forse, dico forse, le condizioni difficili che questa terra mi ha presentato fin da subito sono il pedaggio necessario per vivere una storia straordinaria in un luogo popolato di fantasmi e avvolto ovunque da una bellezza senza pari. Una bellezza che ti entra dentro come il suo freddo.

  
Andrea Tozzi

 

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