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Day 7. Il paese delle Betulle.
Giorno di sosta – Cracovia

 

 

 

A 60 km da Cracovia, immerso nel sole di una domenica d’estate, c’è un paesino di campagna circondato da alberi verdissimi e campi generosi. Piccole vie in cui gli anziani passeggiano senza fretta, tavolini di caffè dove i giovani parlano, scherzano e sognano la vita. Sul campanile della chiesa sventola la bandiera del paese e in giro, quasi stesse arrivando una fiera, c’è aria di festa.

 

 

Il paesino si chiama Oswiecim e nel 1940 fu’ ribattezzato con un nuovo nome. Quel nome è Auschwitz. A circa 3 km c’è, anzi c’era, un altro villaggio polacco che, sempre 75 anni fa’, l’esercito tedesco ha cancellato dalle mappe. Al suo posto, in una nota di macabra poesia, è nato Birkenau, nome tedesco che significa “Il paese delle betulle”. (complesso di Auschwitz-Birkenau, 3 campi principali e 40 sub-campi).

 

 

E’ confortante il pensiero, anzi lo sarebbe, che attorno ai luoghi che la storia ha reso simboli del fallimento umano, possa esserci una zona di protezione capace di isolarli, di allontanarli dalle nostre paure e relegarli nell’oblio del tempo che passa. Come qualcosa che è stato e mai piu’ sarà. Quasi una fascia di sicurezza in cui, attorno a questi posti, per km e km, niente possa piu’ vivere. Un luogo ideale e una terra di nessuno, che possa dividere, a debita distanza, il bene dal male.

 

 

Di questo posto che non sarebbe dovuto esistere, e invece c’è, con i suoi confini fatti di ruggine e le urla di polvere, non ricorderò le centinaia di bussolotti usati di Zyklon B, né ricorderò i beni personali dei prigionieri, tra cui capelli, denti e protesi di ogni tipo. Di questa domenica mattina al campo di sterminio piu’ famoso della storia, ricorderò di un paese, poco lontano, immerso nel sole e in una tranquillità disarmante.

 

 

Sarà stata la calda giornata estiva, sarà stata la folla di persone che corre veloce nelle baracche, tuttavia credo che il malessere e la sincera incredulità che ho provato oggi, e in passato a Dachau e a Mathausen, sia dovuto piuttosto alla consapevolezza che il bene e il male, cose che a noi piacerebbe poter separare da un confine netto e chiaro, sono invece forze che occupano lo stesso territorio, spesso invadendosi a vicenda e guardandosi negli occhi.

 

 

Dopo 70 anni la vita continua. I luoghi del terrore sono diventati i luoghi in cui le persone vivono e i figli crescono. Ma qua intorno c’è qualcosa di guasto che né le urla dei bambini, né i prati verdi e i raggi del sole potranno mai sanare. E’ una storia stonata. E’ la storia del paese delle betulle.

 

Andrea Tozzi

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