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Christchurch, Canterbury.
Sosta. Sabato 18 luglio 2015.
Km: –
Km totali: –
Altimetria: –

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La melodia ritmica ed ipnotica delle scarpette da corsa, l’aria fredda e rinvigorente che scende nei polmoni e a 10 metri da me, sotto un cielo blu e popolato da stormi di anatre starnazzanti, scorre l’Avon, il placido corso d’acqua che bagna Christchurch. Mentre corro verso il quartiere di Dallington mi sfilano accanto piccole dimore vittoriane dalle grandi vetrate e nella mia mente, a stemperare il rigido inverno a cui mi devo improvvisamente abituare, si dipinge la confortevole immagine di una tazza di the’ caldo. Erba bagnata e umidità, steccati di campagna piacevolmente dismessi e un onirica nebbiolina che si solleva dal terreno. Per avere il quadretto piu’ fedele ed efficace dell’autentica campagna inglese dovevo arrivare fin qua, in Nuova Zelanda.

36 ore dopo aver lasciato l’Italia e le temperature infernali dell’estate mediterranea mi trovo nella nuova, ultima e sfavillante dimora del Peugeot World Tour. E correre, rituale magico e familiare che scandisce la mia quotidianità a casa come all’estero, è secondo me anche un modo straordinariamente intimo e naturale per entrare in confidenza con un territorio e delle condizioni completamente nuove.

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22 ore effettive di volo, uno sbalzo di temperatura di circa 35-40 gradi, 10 ore di fuso orario, piumino e indumenti termici indossati al volo come Superman nella cabina telefonica e un enorme sospiro di sollievo quando, insolitamente integro e perfetto, vedo finalmente uscire dal ritiro bagagli il box contenente la mia bici, la mia fedele compagna Solaris. Poco dopo, giusto il tempo di rispondere ad un migliaio di domande della dogana nel tentativo di dimostrare che non trasporto niente di letale per i cittadini e la biodiversità kiwi, sono fuori dal terminal che riassemblo bici ed equipaggiamento sotto lo sguardo curioso di alcune persone.

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La mia Peugeot ha percorso migliaia di km intorno al mondo e un numero indefinito in allenamento, nel Peugeot World Tour abbiamo conquistato le catene piu’ alte del Maghreb e la Fine del Mundo in Patagonia, affrontando sul campo, in solitaria e senza nessun supporto, le piu’ dure condizioni possibili, e come alcuni mezzi da Spedizione Avventura, siano essi auto, moto o bici, succede che qualche volta, proprio grazie ai traguardi raggiunti testimoniati dai graffi e i segni dei colpi ricevuti, assumano un fascino smisurato e non piu’ quantificabile. Un mantello che non è piu’ valutabile in termini economici, ma solo emozionali. Ed è quella differenza che fa’ battere il cuore.

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E il mio cuore, per un altro motivo, ha battuto forte anche ieri, quando in fase finale di avvicinamento ho visto scorrere sotto la pancia dell’aereo le innumerevoli vette imbiancate delle Alpi kiwi. Una distesa impressionante di montagne, di laghi e di distese, dove, a differenza del nostro territorio dove la mano dell’uomo è quasi sempre visibile, non appare quasi alcun segno di insediamento e manipolazione del territorio. La Nuova Zelanda infatti, in questo molto simile alla sua sorella maggiore Australia, è una terra desolata e semi disabitata, basti pensare che in tutta la nazione vivono 4.5 milioni di persone.

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Nel frattempo, prima di dare il via, lunedi, alla tappa inaugurale di questa nuova spedizione, osservo Christchurch, 366.000 abitanti e una ferita, a giudicare da quello che ho visto in queste prime ore, ancora completamente da rimarginare. Avevo letto di quello che è successo qui ma non mi aspettavo ancora tanto lavoro da fare. Sono passati 4 anni da quando un terremoto ha stravolto il profilo della città piu’ inglese della Nuova Zelanda, portandosi via 186 persone e lasciando in eredità cumuli di macerie, transenne ed aree off limits che ancora punteggiano il centro.

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E’ forse la prima volta che assisto a tanta devastazione urbana e il fatto che lo sfondo sia il centro di una grande città con enormi spazi desolati, cantieri e graffiti che inneggiano a ripartire, nuovi edifici in costruzione ovunque con intere vie ancora chiuse ed inaccessibili, amplifica la portata di cio’ che è successo. In High Street muri di container sono stati usati in modo originale per assicurare e puntellare gli scheletri di edifici storici, o almeno dei pochi muri che sono rimasti in piedi.

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Non lontano dalla cattedrale, anch’essa gravemente danneggiata e simbolo di Christchurch, sorge l’area Re:Start, uno spazio originale dove qui i container ospitano negozi, sportelli atm, musei della memoria. Di contro, unica nota positiva di eventi cosi nefasti, c’è proprio questo, ossia la nuova energia e lo spirito di collaborazione dei cittadini, con nuove aree comuni, sculture e installazioni artistiche, autentici totem che esorcizzano l’accaduto a colpi di creatività e nuovi progetti per il futuro, isole dove nascono idee e cresce la voglia di ripartire. E questa, devo dire, è una bella caratteristica, non esclusiva ma che certamente è piu’ marcata, del mondo anglosassone.

 

Andrea Tozzi

 

 

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