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Nelson, Tasman.

Tappa 12 – Ikamatua / Murchison
Km: 108
Km totali: 1481
Altimetria: 1087 mt
Meteo / Condizioni: Pioggia, nebbia
Temperatura: 3 / 14°

Tappa 13 – Murchison / Nelson
Km: 128
Km totali: 1609
Altimetria: 1044 mt
Meteo / Condizioni: Pioggia
Temperatura: 7 / 13 °

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96 ore di pioggia costante e ininterrotta. Un tempo infinito per chi viene dal sole fotonico della East Coast. 4 giorni di fango e di vestiti appiccicati alla pelle, di visibilità ridotta e banchi di nebbia, di prati fradici e morale in caduta libera. Il sole non solo scalda fisicamente, ma aiuta a tollerare la sofferenza, infonde coraggio e dona ottimismo, anche nel gelo che ti affetta in due. Il tedioso ed insopportabile tiki-taka della pioggia invece, cosi come il pesante mantello dell’oscurità, soprattutto in questi paesi spopolati dove alle 15.30 del pomeriggio i negozi chiudono e alle 17 è come essere Will Smith nel film “Io sono Leggenda”, invitano i mostri della mente a venire avanti, a farsi coraggio e a guardarti negli occhi.

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Possono sparire per qualche giorno o fare capolino per tornare poco dopo nell’oscurità, ma nello sport e nel mondo delle sfide i mostri non se ne vanno mai. Attendono pazienti un’incertezza o un passo falso e appena possono, tutti insieme, ti saltano addosso. Senso di isolamento, stanchezza, solitudine, se è vero che le ultradistanze in bicicletta hanno un corredo di esaltazione e di fortissime emozioni positive, è altrettanto vero che talvolta, soprattutto se si affronta face-to-face un paese che dista 19.000 km da casa, l’altro lato della medaglia è questo, e in solitaria, ca va sans dire, bisogna saperci convivere.

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128 km di strada in cui nella mente carico continui ricordi positivi e dove prometto solennemente che la prossima avventura si limiterà alla scelta di quale cocktail con l’ombrellino prendere al Club Med. Arrivo a Nelson con le insegne accese, tanta voglia di avere un tetto sulla testa e di togliermi dalla maledetta strada. Carico sul Garmin le coordinate del B&B prenotato e una manciata di minuti dopo, mentre una piccola pozzanghera si allarga sulla moquette della hall, mi trovo al caldo di un edificio storico, tanto fascinoso e piacevolmente sinistro che stento quasi a crederci.

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Pesanti tendaggi, divani Chesterfield e carta da parati, assomiglia un po’ alla casa degli Addams e sebbene un po’ pacchiano è senza dubbio originale, accogliente e confortevole. Poco dopo, doccia bollente e stufa elettrica costretta agli straordinari, guardo fuori dalla grande vetrata di camera mia e di fronte a me adesso, a circa 2 km di distanza e tinteggiato dall’ultima luce del giorno, c’è di nuovo il mare, ma stavolta sembra proprio quello che cantava la Berte’. Tempestoso, scuro e agitato, è esattamente il fratello di quello visto quel giorno a San Sebastian, nel tacco estremo del sud america alla fine del mondo. E a ben pensarci, sempre alla fine del mondo mi trovo.

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Mercoledi 5 agosto. Le divise tutte uguali con il gagliardetto del college, capelli rossi e lentiggini, i giovani kiwi, con i loro tratti somatici, sono quanto di piu’ britannico si possa immaginare. Tra loro, carnagione piu’ scura, zigomi larghi e fisico piu’ piazzato, l’altra etnia della Nuova Zelanda, i Maori. Mentre oggi passeggio per Nelson qualche timido raggio di sole buca le nubi, condizione perfetta per lavare gli indumenti, dare una sistemata all’equipaggiamento e alla mia inaffondabile Peugeot e ripartire domani, con l’ultima tappa dell’isola sud in direzione Picton. Dopo 1600km è tempo di migrare nell’isola del nord, Wellington ci aspetta.

Andrea Tozzi

 

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