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Nota introduttiva: questo blog è stato scritto mentre l’auto correva a tutta velocità in mezzo al deserto tra buche, sobbalzi e frenate b rusche per evitare di investire qualche cammello che si attardava in mezzo alla strada. Il team ha deciso di non procedere alla correzione di quanto scritto una volta giunti a destinazione proprio per mantenere intatta la magia di questa circostanza. Potreste quindi trovare errori di battitura o qualsiasi altro tipo di sbavatura, prendetelo come se facesse anch’esso parte del nostro viaggio.

Finalmente abbiamo trovato un accesso internet dopo giorni di traversie.
Da lunedì mattina fino a mercoledì notte siamo stati infatti sballottati tra procedure consolari, blackout elettrici, un cargo mercantile battente bandiera azera che non partiva e non arrivava mai e la dogana portuale di Turkmenbashi in Turkmenistan.

 


Ebbene sì siamo finalmente in Turkmenistan, il più chiuso e difficile degli stati del centro Asia! Siamo arrivati ieri sera sbarcando a Turkmenbashi da un cargo mercantile salpato 24 ore prima (per circa 200 km di attraversata del mar Caspio).


Tutto è cominciato lunedì mattina quando a Baku abbiamo dovuto convertire in visti veri e propri le lettere di invito rilasciateci attraverso l’ambasciata turkmena di Parigi (non esiste infatti rappresentanza consolare in Italia).
Il problema nasce dal fatto che il Turkmenistan rilascia agli stranieri unicamente lettere di invito da convertire in frontiera, mentre le autorità azere permettono di lasciare il proprio paese via mare solo presentando il visto vero e proprio per la successiva destinazione.


Le procedure sono piuttosto contorte (oltretutto cambiano spesso) e hanno occupato tutto il lunedì mattina. Premettiamo che il giorno non è stato frutto del caso visto che l’ambasciata turkmena è aperta unicamente due giorni alla settimana (venerdì e lunedì appunto). A tale scopo abbiamo fatto in modo di far coincidere i tempi del viaggio per essere a Baku nei giorni giusti.
Il primo problema è quello di trovarla, l’ambasciata. Neppure i taxisti hanno idea di dove sia e le strade sembrerebbero avere una nomenclatura del tutto atipica (due vie che si incrociano possono assumere il medesimo nome!).
Imputeremmo tutte queste difficoltà al fatto di essere stranieri e di non parlare la lingua del posto (o il russo ampiamente utilizzato), se con noi non ci fosse stato il nostro amico Elchin, azero di Baku, che avendo preso a cuore la nostra sorte ci ha aiutato fino al sospirato imbarco.

Una volta trovata l’ambasciata (una normalissima casa nascosta in un vicoletto secondario di un quartiere residenziale) si viene rimandati al pagamento delle tasse di ingresso da effettuarsi in una specifica filiale di una specifica banca a circa mezzora di macchina dall’ambasciata stessa.
Già questo di per sé potrebbe considerarsi un inconveniente, se poi si considera il fatto che a Baku il traffico è a dir poco assassino il quadro che ne consegue ha tratti di grottesco. Macchine che superano su ambo i lati e si lanciano nel primo spiraglio libero tagliando la strada e rientrando (perché magari contromano) a pochi centimetri dal veicolo sorpassato, clacson usato probabilmente più del freno e

Vedendoci in difficoltà (i problemi legati all’indirizzo non sono evidentemente limitati alle ambasciate) un automobilista si è offerto di accompagnarci e ci ha fatto cenno di seguirlo, salvo poi partire a razzo in pieno stile azero.

Ne è conseguito qualcosa di eccessivamente simile ad un inseguimento, ma la 208 è riuscita comunque a stare dietro al nostro apripista e abbiamo raggiunto in breve tempo (troppo breve forse) la banca.

Pagata la tassa (sarà una costante da qui in poi) abbiamo potuto far ritorno all’ambasciata turkmena dove un solerte funzionario ha applicato i tanto attesi visti sui nostri passaporti tra strette di mano e larghi sorrisi.

Qui si è conclusa (come abbiamo avuto modo di constatare) la parte semplice del processo di avvicinamento al Turkmenistan. Passaporti “vistati” alla mano ci siamo infatti diretti al porto di Baku in cerca di un cargo mercantile sul quale imbarcarci per attraversare il mar Caspio.
Le procedure portuali azere sono quanto di peggio di possa immaginare in fatto di organizzazione. Non solo non ci sono orari fissi, ma neppure giorni certi per le partenze!!! Si sa solo che partono regolarmente carghi mercantili e che occasionalmente accettano a bordo anche passeggeri con auto al seguito. Essendo tuttavia primariamente adibiti al trasporto di merci la priorità viene data a queste. Non essendoci poi piani di carico precisi (chi primo arriva meglio alloggia) lo spazio residuo da dedicare agli altri veicoli viene definito solo una volta che tutte le merci hanno trovato spazio nella stiva.


Ebbene lunedì abbiamo avuto appunto la fortuna di arrivare al porto nel bel mezzo delle procedure di carico di un mercantile. Non essendoci come detto posti definiti i biglietti vengono venduti solo a carico completato e fino a esaurimento senza alcuna possibilità di prenotazione. In casi come questi c’è una sola cosa da fare: aspettare.
Nelle successive 8 ore abbiamo fatto la posta alla biglietteria (in realtà una costruzione di mattoni bianca senza alcuna insegna, sportello o sala d’aspetto popolata da un addetto alle vendite intento a guardare la televisione e a fumare una sigaretta dietro l’altra). Sotto un sole cocente abbiamo ingannato l’attesa leggendo, regolando le sospensioni e facendo un check-up alla 208 che tuttavia si è dimostrata assolutamente in ottime condizioni. A sera inoltrata il verdetto è stato: il carico non è pronto tutto rimandato a domani.

Tornati mestamente nel nostro alberghetto della città vecchia di Baku (che fortunatamente non aveva ancora riaffittato la stanza) abbiamo tuttavia trovato ad aspettarci un blackout protrattosi fino alla mattina successiva che non ci ha permesso di aggiornarvi.
Tutto è ricominciato nel medesimo modo la mattina successiva di buonora: in attesa di fronte al porto (ma questa volta, dietro indicazione di un ufficiale della capitaneria, il porto nuovo di Baku). Fortunatamente la preparazione del cargo è stata ultimata entro la mattinata e il nostro prolungato appostamento è stato premiato con un biglietto.
Stupisce comunque come al momento dell’imbarco vero e proprio, a dispetto di tutte le inutili ore di attesa, ci sia stata fatta una fretta incredibile da parte degli addetti alla dogana secondo i quali il modo corretto di caricare il veicolo era quello di percorrere a tutta velocità il piazzale antistante i traghetti.

Tra “Go! Go! Go!” e “Fast! Fast! Fast!” urlati da tutte le parti abbiamo caricato la 208 in una stiva della temperatura indicativa di 50 gradi centigradi e abbiamo trovato alloggio in una cabina dedicata ai passeggeri.
Eravamo pronti al peggio ma dobbiamo ammettere che l’alloggio, tralasciando il caldo, non era dei peggiori e comprendeva anche un piccolo lavabo.
L’attesa in molte parti dell’Asia è ancora parte integrante della vita di tutti i giorni. La frenesia di stampo cinese non si è ancora ramificata tanto da annullare i tempi da sempre connaturati a queste steppe e a questi deserti.
Questa considerazione si è rivelata tanto vera quanto le cinque ulteriori ore passate fermi in attesa dell’autorizzazione a salpare. Si è trattato di un lasso di tempo interminabile. Forse la stanchezza derivante da due giorni interi di attesa al porto, forse il caldo che ci ha costretto a cercare refrigerio sul ponte, all’ombra della torre radar, unico luogo dove poter godere di un po’ di brezza, ma l’attesa ha pesato non poco.
Quando finalmente l’equipaggio ha mollato gli ormeggi è stato per tutti noi un grandissimo sollievo e vedere la nave che prendeva il largo ci ha riempito il cuore di gioia.
Gioia prontamente tramutatasi in orrore quando con una virata a babordo il cargo ha puntato il porto vecchio di Baku (luogo dell’attesa del primo giorno). Tra attracco, carico di altre merci (rimaneva dunque ancora spazio nonostante i passeggeri) e nuova partenza abbiamo ritardato di altre quattro ore l’effettivo inizio del viaggio. Gli ormeggi sono stati quindi tolti per l’ultima volta solo dopo la mezzanotte quando mercoledì subentrava a martedì (eravamo in attesa da lunedì mattina).
Come detto nelle cabine il caldo risultava essere insopportabile e l’unica soluzione per poter riposare, condizione strettamente necessaria per prepararci ai giorni di guida sulla impegnative strade dell’Asia centrale, è stata quella di accamparci sul ponte spazzato dal vento con i nostri sacchi a pelo.
L’attraversata è durata un totale di 19 ore alle quali si sono aggiunte le 4 ore e mezza di con controlli alla dogana portuale di Turkmenbashi in Turkmenistan.
Le procedure di ingresso in Turkmenistan sono complicate e prevedono una serie di controlli e gabelle delle più disparate nature. La più gravosa è quella che impone di dichiarare le strade esatte che si intendono percorrere nel paese e ciò sia al fine di limitare fortemente la libera circolazione di coloro che entrano nel paese sia di calcolare la tassa di compensazione della benzina in base al chilometraggio (qui costa circa 20 centesimi di euro al litro, ma con le tasse per gli stranieri si sale a un euro e 30, in Azerbaijan costa invece 60 centesimi al litro anche per noi).
E’ a questo punto che il team ha preso una sofferta decisione. Nonostante il pieno rispetto della tabella di marcia (le traversie col traghetto hanno cancellato l’anticipo col quale stavamo viaggiando ma fortunatamente non hanno comportato ritardi) per sicurezza abbiamo deciso di tagliare il Turkmenistan da ovest ad est dritti verso Samarcanda, in Uzbekistan, senza virare verso nord in direzione della porta dell’inferno (il deposito di gas in fiamme dagli anni 50) e di Khiva.

Specialmente il privarci di quest’ultima destinazione ci rattrista. Khiva è una meravigliosa città nell’Uzbekisttan occidentale proprio sul confine con Turkmenistan. Sede dell’ultimo khanato sopravvissuto fino al 1920 ha evocato per tutto il XIX secolo sentimento di terrore per le continue razzie nelle zone limitrofe e per un mercato degli schiavi ancora  incredibilmente fiorente (negli ultimi anni vennero venduti anche soldati dell’armata zarista e poi di quella rossa). Le mura di fango e i minareti in piastrelle turchesi della città vecchia ne fanno una perla nascosta tra due deserti il Karakum e il Kyzylkum.

Al momento di elencare le tappe al guardia di frontiera abbiamo comunque mandato giù il boccone amaro scandendo: Turkmenbashi, Ashgabat, Turkmenabat. La Mongolia dev’essere il nostro primo pensiero e non possiamo farci distrarre. Torneremo prima possibile come normali viaggiatori, ma il rally, anche se non competitivo, detta le sue condizioni.

Sbrigate finalmente tutte le procedure ed entrati formalmente in Turkmenistan abbiamo constatato come fosse ormai passata la mezzanotte. Troppo tardi per procedere specialmente prendendo in considerazione il fatto che ancora non avevamo cognizione dello stato delle strade nel paese.

Abbiamo trovato una stanza nella prima sistemazione disponibile a Turkmenbashi ovvero uno dei grandi alberghi anonimi costruiti ad uso e consumo di coloro che lavorano negli impianti petroliferi disseminati un po’ ovunque lì attorno. Da quando siamo partiti abbiamo mangiato unicamente cibo locale e così intendevamo continuare, ma l’ora tarda, la fame e la pretesa internazionalità della sistemazione ci hanno costretto a scendere a patti e ad ordinare l’unica voce del menu disponibile: pizza surgelata con ketchup al posto del pomodoro.

Il nuovo giorno, oggi, ci ha visti protagonisti di una folle corsa sulla strada che taglia la parte meridionale del deserto del Karakum in balia delle strane norme sulla circolazione in Turkmenistan: le cinture sono obbligatorie fuori dai centri urbani, ma pare siano vietate all’interno di essi; se nel mezzo del deserto si passa un cartello con il nome di una città, anche se in effetti non si attraversa alcun agglomerato urbano perché interno di qualche chilometro rispetto alla strada, il limite diventa di 60 all’ora dai normali 90; ad Ashgabat (e questa la riteniamo la migliore) si può essere multati perché si circola con una macchina sporca (il che ci ha obbligato a fermarci prima di entrare in centro per togliere dalla 208 tutta la polvere accumulata durante l’attraversata del deserto).

Ashgabat dunque, capitale del Turkmenistan e una delle grandi città dell’Asia centrale. Questo post è già durato a sufficienza (del resto dovevamo recuperare qualche giorno), vi rimandiamo quindi al prossimo per la descrizione della città (ve lo assicuriamo ce n’è da raccontare!!!).

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