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Finalmente abbiamo raggiunto Samarcanda, la mitica città sulla via della seta!

Purtroppo negli ultimi giorni vi abbiamo dato pochi aggiornamenti, ma nello scorso post vi abbiamo spiegato il perchè. Aggiungiamo solo che l’associazione Reporter Senza Frontiere ha inserito il Turkmenistan al penultimo posto della classifica relativa alla libertà di stampa e di informazione (l’ultimo è occupato dalla Nord Corea) quindi potete ben immaginare quali difficoltà abbiamo incontrato nel riuscire a connetterci.

In ogni caso eccoci qui, in Uzbekistan, da oggi darvi notizie dovrebbe essere un pochino più semplice almeno fino alla Mongolia dove i pernottamenti nella steppa a centinaia di km da ogni centro abitato, con un cielo stellato come coperta, temiamo non si concilieranno molto con la connessione internet.

 

Vi avevamo promesso due parole nei confronti di Ashgabat, la capitale del Turkmenistan.

Crediamo che la definizione più semplice, ma al contempo più calzante, sia: “città di plastica”.

E’ indubbiamente una bella città, crediamo sia innegabile: viali alberati tanto da non permettere di vedere più di un edificio alla volta, strade larghe e palazzi sgargianti e nuovissimi in continua espansione. Creata interamente con i proventi del petrolio risulta tuttavia del tutto priva di una sua anima.

Tutti i palazzi in qualche modo legate al governo ed al sistema economico sono praticamente identici tra loro con un utilizzo spasmodico di marmi (o simil-marmi) bianchi. Progettata interamente a tavolino per magnificare la gestione degli affari di stato del regime, ha portato alla distruzione di interi quartieri popolari per fare spazio al nuovo assetto urbano.

La nostra guida (impostaci dal governo turkmento come condizione per il rilascio dei visti turistici) ci ha spiegato che a coloro che vengono sfrattati coattivamente per permettere la realizzazione dei piani immobiliari viene sì dato un nuovo appartamento in cambio, ma in quartieri decisamente più periferici e fino ad un anno dopo lo sfratto effettivo!

La chiusura del paese purtroppo si rispecchia nel suo popolo: anche le persone ci sono sembrate poco inclini ad aprirsi con gli stranieri. A differenza di quanto succede ad esempio in Birmania (anch’essa oppressa da un duro regime militare) è difficile riuscire ad avere un vero e proprio confronto e paradossalmente dobbiamo ringraziare proprio il governo di averci imposto l’assistenza di una guida sufficientemente ciarliera e aperta che ci ha permesso di cogliere sfumature altrimenti difficili da cogliere.

Abbiamo lasciato il Turkmenistan con tante domande ancora insolute, ma siamo riusciti a penetrare almeno la scorza di uno dei paesi più chiusi ed enigmatici del mondo.

L’uscita dal Turkmenistan si è svolta inaspettatamente senza difficoltà, a parte la coda derivante da un grave incidente che per un attimo ci ha fatto temere di non arrivare entro l’ora di chiusura della frontiera.

Anche le formalità di ingresso in Uzbekistan sono state incredibilmente rapire (un’ora contro una media di 5/6 di altri team con i quali ci siamo confrontati). Forse la profusione di sorrisi, forse il fatto di esserci presentati alle quattro del pomeriggio a sole due ore dalla chiusura, ma i funzionari alla dogana si sono rivelati più che disponibili e quasi impazienti di lasciarci andare.

Già alla frontiera abbiamo avuto una gradita sorpresa: in Uzbekistan abbiamo infatti trovato una delle popolazioni più disponibili, aperte e cordiali da quando siamo partiti. A Bukhara una gentilissima signora si è offerta di aiutarci a trovare una sistemazione dato che ci ha visto piuttosto spaesati nelle viuzze strette della città vecchia, mentre a Samarcanda un taxista, alla nostra richiesta di informazioni, ci ha fatto segno di seguirlo senza chiedere assolutamente nulla in cambio.

Le città uzbeke inoltre sono piene di storia e possiedono un fascino del tutto particolare, forse dovuto al loro retaggio: sono sempre state crocevia di rotte commerciali e hanno osservato viaggiatori da tutte le parti del mondo che le hanno attraversate, ma al contempo rispecchiano una peculiarità unica nel centro Asia ovvero un grande attaccamento delle persone alla terra.

Fin dal XIII secolo infatti le popolazioni che hanno vissuto nei territori all’attuale Uzbekistan hanno prediletto una vita più sedentaria e stanziale rispetto ai loro vicini e questo ha influito sullo sviluppo di centri urbani più grandi e monumentali.

Sia Bukhara che Samarcanda sono infatti disseminate di madrasse (scuole), moschee e mausolei risalenti anche al XV secolo (tutti gli edifici più antichi sono stati praticamente rasi al suolo dalle invasioni mongole).

Questo si traduce in centri storici mozzafiato e molto ben tenuti che è stato un piacere visitare.

Domani procederemo per Tashkent, la capitale dell’Uzbekistan. Solo 250 km per riposarci un pò prima di affrontare il vastissimo Kazakistan con due tappe piuttosto impegnative (stimiamo 800 km ciascuna) e poi, dopo un lembo di Russia, le grandi strade sterrate della Mongolia, cuore del nostro viaggio.

 

 

 

 

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