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Come il Phileas Fogg di Jules Verne, anche Andrea Tozzi ha concluso Peugeot World Tour, il suo personale giro del mondo. Anziché in 80 lo ha fatto in 184 giorni, suddivisi in quattro avventure distinte, durante le quali ha attraversato ben 23 Nazioni dei cinque Continenti, per un totale di 25.752 chilometri.

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Come compagna di viaggio una mountain bike Peugeot RSM01 “Solaris” in tre delle spedizioni e una Peugeot 2008 nella seconda, la più lunga. Peugeot World Tour è una delle imprese che costituiscono la Peugeot Road Experience. Ossia, avventura allo stato
puro secondo il Leone, dimostrazione della validità della sua offerta di mobilità a 360° attraverso sfide che hanno al centro l’impegno fisico e mentale dell’uomo-atleta, assecondato dall’affidabilità e dalla resistenza dei mezzi di Peugeot, frutto di oltre 200 anni di storia e di 120 creazione automobilistica.

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L’avventura neozelandese ha proiettato quest’anno Andrea Tozzi dal caldo asfissiante dell’Italia estiva ai rigori dell’inverno australe, affrontati in sella alla fedele mbk Peugeot “Solaris”. Naso che cola, faccia che avvampa, mani segnate dal gelo: questa la lapidaria sintesi di quei giorni fatta da Tozzi.

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Ma c’è anche la bellezza di una terra quasi incontaminata «dove le pecore sono più numerose dei kiwi, cioè degli abitanti. Qui le persone sono simpatiche, informali, cortesi e stranamente immuni al freddo: gente in costume che nuotava tra i pezzi di ghiaccio, giovani maori in t-shirt e short, ma con cappello di lana, pronti ad inforcare la tavola da
surf».

In certe parti la Nuova Zelanda propone montagne maestose che sembrano le nostre Alpi e territori che potrebbero gemellarsi con la Toscana, regione natia di Andrea Tozzi, non solo per la dolcezza delle colline e l’ondulazione del terreno ma anche per il profumo del vino. Ad esempio, il Central Otago è terra di discreto Pinot noir, dove «le cantine,
come è ormai da tempo in Italia, Francia e California, assomigliano più ad atelier eleganti che a luoghi in cui si lavora un prodotto della terra».

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Per certi versi, però, una parte della Nuova Zelanda è ancora una terra di confine, una sorta di Far West australe. «A parte la selvaggia bellezza che ti viene incontro quasi all’improvviso, ne sono un esempio quelli che io ho soprannominato Hotel Paura. Cadenti, ricettacoli di casi umani e stabili come capanni di legno fradicio. Gli Hotel Paura
sono i pub di campagna che in quel Paese rappresentano l’ultima opportunità per passare al coperto la notte quando non hai alternative oppure ami le avventure. Passare una notte in questi posti è un’esperienza che può valere il viaggio».

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Ma quanto c’è di Australia in Nuova Zelanda? «Nonostante la relativa vicinanza i due Paesi hanno alcune differenze che lo straniero percepisce subito come l’inglese parlato in Nuova Zelanda, comprensibile e chiaro al contrario di quello australiano; poi la maggiore pulizia ed infine il territorio. Principalmente pianeggiante e vuoto quello australiano,
un’esplosione di rilievi, colori e varietà quello neozelandese. Li accomuna, invece, il rapporto stretto quasi simbiotico che hanno con la natura e… una cucina da incubo!».

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Quella neozelandese è stata la spedizione più “difficile”? «Di sicuro la più impegnativa, soprattutto perché effettuata nel suo rigido inverno. Ma la Nuova Zelanda è a anche un posto in cui è ancora possibile sentirsi come esploratori di un territorio vergine, soprattutto nell’isola sud lungo la catena alpina e nelle regioni dell’Otago e la West Coast».

Ma com’è la Terra vista dalla bicicletta? «E’ un pianeta bellissimo. Anzi di più, è un pianeta unico!››

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